Ο παγκοσμοποιημένος καπιταλισμός βλάπτει σοβαρά την υγεία σας.
Il capitalismo globalizzato nuoce gravemente alla salute....
.... e puo' indurre, nei soggetti piu' deboli, alterazioni della vista e dell'udito, con tendenza all'apatia e la graduale perdita di coscienza ...

(di classe) :-))

Francobolllo

Francobollo.
Sarà un caso, ma adesso che si respira nuovamente aria fetida di destra smoderata e becera la polizia torna a picchiare la gente onesta.


Europa, SVEGLIA !!

Europa, SVEGLIA !!

sabato 5 novembre 2011

Slavoj Zizek: L'illusione della democrazia.






Le proteste a Wall street e di fronte alla cattedrale di St. Paul a Londra hanno in comune �la mancanza di obiettivi chiari, un carattere indefinito e soprattutto il rifiuto di riconoscere le istituzioni democratiche�, ha scritto Anne Applebaum sul Washington Post. �A differenza degli egiziani di piazza Tahrir, a cui i manifestanti di Londra e New York si richiamano apertamente, noi abbiamo istituzioni democratiche�. Se si riduce la rivolta di piazza Tahrir a una richiesta di democrazia di tipo occidentale, come fa Applebaum, diventa ridicolo paragonare le proteste di Wall street a quelle in Egitto: come possono i manifestanti occidentali pretendere ciς che giΰ hanno? Quello che la giornalista sembra non vedere θ un�insoddisfazione generale per il sistema capitalistico globale, che in luoghi diversi assume forme diverse.

�Eppure in un certo senso�, ammette Applebaum, �θ comprensibile che a livello internazionale il movimento non sia riuscito a produrre proposte concrete: sia le origini della crisi economica globale sia le sue soluzioni sono, per definizione, al di fuori della sfera di competenza dei politici locali e nazionali�. Ed θ costretta a concludere che �la globalizzazione ha chiaramente cominciato a minare la legittimitΰ delle democrazie occidentali�. Θ proprio questo il punto su cui i manifestanti vogliono richiamare l�attenzione: il capitalismo globale mina la democrazia. La conclusione logica θ che dovremmo cominciare a riflettere su come espandere la democrazia oltre la sua forma attuale � basata su stati-nazione multipartitici � evidentemente incapace di gestire le conseguenze distruttive dell�economia. Invece Applebaum accusa i manifestanti �di accelerare il declino� della democrazia.

Sembra sostenere quindi che, siccome l�economia globale non θ alla portata del sistema democratico, qualunque tentativo di espandere la democrazia per gestire l�economia rischia di accelerare il declino della democrazia stessa. Cosa dovremmo fare allora? A quanto pare dovremmo continuare a riconoscere un sistema politico che, stando alla spiegazione di Applebaum, non θ in grado di fare il suo lavoro. In questo momento le critiche al capitalismo non mancano: siamo sommersi da storie di imprese che inquinano spietatamente l�ambiente, banchieri che intascano bonus enormi mentre le loro banche sono salvate dal denaro pubblico, fabbriche che sfruttano i bambini per confezionare abiti destinati a negozi di lusso.

Correzione di rotta. Finanza, economia e democrazia in Europa


di Mario Pianta. Fonte: sbilanciamoci
Ridimensionare la finanza, riprendere il controllo dell’economia, praticare la democrazia: sono tre correzioni di rotta che servono all’Europa emerse dalle proteste del 15 ottobre e nel dibattito sulla “rotta d’Europa” aperto da Sbilanciamoci.info e il manifesto, ripreso da OpenDemocracy

Poco – in apparenza – è successo al G20 di Cannes, il 3-4 novembre, se non un lento, progressivo spostamento degli equilibri: la Germania sempre rigida, ma d’accordo a estendere gli interventi di salvataggio; la Cina sempre cauta, ma disponibile a un ruolo maggiore; gli Stati uniti sempre più ai margini della scena; la Grecia in un’emergenza caotica; l’Italia screditata, al centro della speculazione e ora messa sotto tutela da Commissione europea e Fondo monetario. Di fronte alla crisi europea, governi e autorità di Bruxelles seguono ancora la via dei piccoli passi, sempre in ritardo di fronte alla rapidità con cui la finanza attacca volta a volta debito pubblico e listini di Borsa.

La politica europea non ha dato alcuna risposta all’altezza della crisi. Non ci sono state risposte alle domande che Rossana Rossana ha posto aprendo nel luglio scorso la discussione sulla “rotta d’Europa” lanciata dal Manifesto e Sbilanciamoci.info e ripresa daOpenDemocracy: dove si è sbagliato nella costruzione europea? E come si rimedia? A conclusione di quel dibattito, possiamo valutare che cosa è cambiato nell’economia e nella politica, e quali strade abbiamo davanti.

La spirale della crisi

Rispetto al luglio scorso, la crisi finanziaria si è aggravata. Gli indici di borsa hanno perso oltre il 10% del valore, più in Europa che negli Usa. I tassi d’interesse sul debito pubblico sono ora dell’1,88% in Germania, del 6,23% in Italia, del 30,88% in Grecia, con lo spread (la differenza rispetto ai titoli tedeschi) triplicato in pochi mesi: per l’Italia quest’andamento ha assorbito da solo le nuove entrate delle manovre estive di Tremonti.

Si è aggravata la recessione: l’indice composito Ocse dell’andamento economico segnala un rallentamento in tutto il mondo, è sotto il livello di un anno fa nell’area euro (-3,4%), con un pessimo dato in Italia (-5,5%), ma cattivo anche in Germania (-4,1%). Naturalmente la disoccupazione è a livelli record e in Italia è ripartita anche l’inflazione (ora al 3,4%, anche per effetto dell’aumento dell’Iva nella manovra di agosto). La depressione insomma è più vicina e questa volta neanche l’export verso i paesi emergenti potrebbe riuscire a salvare le economie più forti.

"Papandreou è sul viale del tramonto. Il referendum era un bluff". Intervista a Primikiris del Synaspismos

Fonte: controlacrisi
«Il referendum? Lo poteva fare un anno e mezzo fa!». Vassilis Primikiris è membro del Synaspismos, il partito della sinistra di alternativa in Grecia. Primikiris non ha dubbi: «Quella di Papandreou è stata una mossa per aprire la fase delle larghe intese. Il premier non ha nessuna volontà di sentire il popolo». Insomma, il ritiro della consultazione popolare era già nel conto. Quello di Papandreou era un bluff. Intanto, nei sondaggi il Pasok scende dal 45% al 15%.

Qui da noi ha impressionato la rimozione dei vertici militari.

Quella mossa era da fare molto prima. E poi non c’entra molto con l’idea di un colpo di Stato. Non è più tempo di colpo di Stato. Non sarebbero capaci. C’è da mettere nel conto che alcuni di quei militari avevano protestato per la diminuzione delle buste paga.

…non è più tempo di colpo di Stato…

La guerra la fanno con l’attacco massiccio al Welfare e con le mosse finanziarie.

L’Ue ha sempre assegnato alla Grecia un surplus di responsabilità...

Per noi non c’è una questione ellenica. La Grecia è esposta per quanto riguarda il debito pubblico ma anche altri paesi hanno un livello alto. In realtà stanno usando il nostro paese come cavia per attaccare gli stipendi, le pensioni e la condizione del lavoro e realizzare la totale privatizzazione dei servizi pubblici. Hanno utilizzato la Grecia perché nel Sud Europa c’è una storia consolidata del movimento operaio. In questa vicenda il vero nodo uscito allo scoperto è rappresentato dai limiti della costruzione dell’Euro a due velocità, ovvero costruito intorno all’economia di Francia e Germania. Guarda caso sono i due paesi che nella crisi sono cresciuti a scapito degli altri. Quello che abbiamo dovuto assistere in Grecia è un debito alto anche a causa delle forti spese militari imposte dalla Germania prendendo a pretesto lo scontro con la Turchia. Perché quella vicenda non la può affrontare l’Europa?

Rossana Rossanda: Se la democrazia diventa un optional della finanza

Fonte: ilmanifesto
Credevo che ci fosse un limite a tutto. Quando Papandreou ha proposto di sottoporre a referendum del popolo greco il «piano» di austerità che l'Europa gli impone (tagli a stipendi e salari e servizi pubblici nonché privatizzazione a tutto spiano) si poteva prevedere qualche impazienza da parte di Sarkozy e Merkel, che avevano trattato in camera caritatis il dimezzamento del debito greco con le banche. Essi sapevano bene che le dette banche ci avevano speculato allegramente sopra, gonfiandolo, come sapevano che Papandreou aveva chiesto al Parlamento la facoltà di negoziare, e che una volta dato il suo personale assenso, doveva passare per il suo governo e il parlamento (dove aveva tre voti di maggioranza). Ed era un diritto, moralmente anzi un dovere, chiedere al suo popolo un assenso per il conto immenso che veniva chiamato a pagare. Era un passaggio democratico elementare. No?

No. Francia e Germania sono andate su tutte le furie. Come si permetteva Papandreou di sottoporre il nostro piano ai cittadini che lo hanno eletto? È un tradimento. E non ci aveva detto niente! Papandreou per un po' si è difeso, sì che glielo ho detto, o forse lo considerava ovvio, forse pensava che fare esprimere il paese su un suo proprio pesantissimo impegno fosse perfino rassicurante. Sì o no, i greci avrebbero deciso tra due mesi, nei quali sarebbero stati informati dei costi e delle conseguenze. Ma evidentemente la cancelliera tedesca e il presidente francese, cui l'Europa s'è consegnata, avrebbero preferito che prendesse tutto il potere dichiarando lo stato d'emergenza, invece che far parlare il paese: i popoli sono bestie; non sanno qual è il loro vero bene, se la Grecia va male è colpa sua, soltanto un suo abitante su sette pagava le tasse (e non era un armatore), non c'è parere da chiedergli, non rompano le palle, paghino. Quanto ai manifestanti, si mandi la polizia.

venerdì 4 novembre 2011

La sinistra italiana di fronte alla crisi.

di Sergio Cesaratto. Fonte: sinistrainrete
Più che limitarmi alle cause e possibili uscite dalla crisi europea, su cui naturalmente indugerò nella prima parte, mi sembra opportuno qui riflettere sull’atteggiamento che la sinistra italiana ha tenuto di fronte alla crisi. Questo atteggiamento appare trovare le proprie radici nella storia lontana del Partito Comunista Italiano.

Le origini della crisi: il problema della realizzazione del sovrappiù nel capitalismo

Sulle cause della crisi europea non dirò dunque molto. Essa trova le sue radici nella moneta unica. Questa ha facilitato i flussi di capitale da un centro industrialmente forte, e votato a uno sviluppo export-led, verso la periferia, industrialmente più debole. I flussi di capitale – la disponibilità di credito a bassi tassi di interesse dalle banche tedesche e francesi - hanno alimentato una illusoria crescita basata sul boom edilizio in Spagna e Irlanda,[1] e sulla spesa pubblica in Grecia. I bassi tassi di interesse derivavano da una politica monetaria volta a non deprimere la già depressa crescita tedesca. Portogallo e Italia hanno una storia a parte in quanto hanno sostanzialmente stagnato negli anni dell’Unione Monetaria Europea (UME). In tutta la periferia l’inflazione è stata mediamente più elevata che nel centro, nei primi tre paesi anche alimentata dalla forte crescita. Questo ha comportato una ulteriore perdita di competitività a favore del centro. Le esportazioni di quest’ultimo si sono così avvantaggiate di questa situazione.


Dal punto di vista dell’analisi economica non convenzionale, i capitalisti dei paesi centrali hanno smaltito il loro sovrappiù sostenendo con flussi finanziari l’acquisto delle loro merci da parte dei paesi periferici. Il sovrappiù è la quota del prodotto sociale di cui i capitalisti si appropriano una volta pagati i salari. Lo smaltimento del sovrappiù nella periferia è il modello mercantilista che è stato ben descritto da Michal Kalecki, il Keynes marxista – siamo in un aula di una facoltà che visse anni gloriosi della teoria economica non-mainstream. Un altro modo con cui i capitalisti possono smaltire il proprio sovrappiù è attraverso l’indebitamente delle famiglie dei lavoratori. Questo è quello che è accaduto negli Stati Uniti. La spesa in disavanzo dello Stato è il terzo di quelli che Kalecki, seguendo Rosa Luxemburg, definì “mercati esterni”. Quello che, in sintesi, Kalecki e Luxemburg sostenevano è che il capitalismo per funzionare, dunque affinché tutto il surplus venga realizzato (venduto), necessita di una domanda aggiuntiva a quella proveniente dai consumi dei lavoratori – i cui salari i capitalisti tendono a tenere bassi – e dai consumi dei capitalisti - che per quanto opulenti non assorbono tutto il sovrappiù. Dei mercati “esterni” devono acquistare questo sovrappiù invenduto: questo accade accordando crediti a paesi stranieri, agli stessi lavoratori, o allo Stato nazionale.

Berlino ridisegna il capitalismo Ue.

di Joseph Halevi. Fonte: ilmanifesto
Sul Sole24Ore di sabato 29 ottobre è apparso un importante articolo di Morya Longo e Fabio Pavesi: «Banche, i veri rischi a Parigi e Berlino».
Viene quantitativamente confermata l'osservazione che facciamo da tempo: i sistemi bancari più infetti sono il tedesco e il francese e quindi anche il belga, strettamente legato a Parigi.
Dallo studio emerge che le banche gallico-teutoniche tuttora detengono un grande ammontare di titoli provenienti dagli anni di bengodi finanziaria in cui sparivano i denari di cassa per trasformarsi in scatole cinesi di derivati e pacchetti strutturati.
Tali titoli appaiono ancora col valore attribuito al momento della loro creazione ma in realtà oggi avrebbero un valore zero o quasi, cosa che comporterebbe il crollo delle banche più esposte. In rapporto al patrimonio di vigilanza la Deutsche Bank é la più contaminata con un'esposizione di oltre il 95%. La altre però non scherzano affatto. La Bnp-Paribas ha un rapporto pari al 37% ed il Credit Agricole del 28%.
Complessivamente la presenza di questi titoli in Italia é molto bassa, solo il 4% del totale; lo stesso dicasi per la Spagna.
Nell'articolo analitico di spalla Fabio Pavesi osserva come nulla sia stato fatto per sterilizzare quei prodotti mentre vengono resi tossici, grazie alle decisioni prese a Berlino, Francoforte e Bruxelles, i titoli pubblici nazionali che sono invece preferiti, proprio perché di Stato, dalle banche italiane e spagnole.
Longo e Pavesi forniscono inoltre un'informazione cruciale per capire le strategie in atto. La European Banking Authority (Eba) ha imposto aumenti di capitale alle banche italiane, spagnole, irlandesi, portoghesi e greche perché piene di buoni del tesoro.
In tal modo l'Eba protegge le banche tedesche e francesi infette e penalizza quelle dei paesi sotto tiro. E' un atto istituzionale il cui messaggio é preciso: sui franco-tedeschi non viene fatta alcuna pressione per liberarsi dei titoli tossici, mentre l'intero peso della paura dell'infezione e del fallimento viene spostato sui buoni pubblici e sulle banche dei paesi dichiarati colpevoli.
Non sono errori di valutazione. Si tratta dell'esercizio puramente machiavellico dei rapporti di forza intercapitalistici a livello europeo. Ancora una volta viene dimostrato che é assurdo parlare di Europa come se fosse uno spazio politico condiviso e comune le cui istituzioni si occupano dei membri discoli.
Francia e Germania vogliono esonerare il proprio sistema bancario da ogni controllo e giudizio esterno mentre intervengono liberamente negli affari degli altri paesi tramite il falso alibi del debito pubblico. A tal fine mobilitano le istituzioni dette europee che non sono per niente democratiche bensi riflettono l'evoluzione dei rapporti di forza.
La crisi del 2008 ha aperto una nuova fase nella dinamica della riconfigurazione del capitalismo europeo. Il processo é diretto dalla Germania convinta che, grazie all'espansione delle sue esportazioni extraeuropee, possa far pesare l'aggiustamento finanziario sia privato che pubblico dell'eurozona soprattutto su alcuni paesi terzi.
Tra questi la Francia non può esserci più di quanto decida Parigi stessa, altrimenti l'impianto su cui poggia la Germania franerebbe. Non possono esserci nemmeno l'Austria e il Benelux perché costituiscono parte essenziale del blocco neomercantilista tedesco. Il fuoco é diretto sia verso i paesi dell eurozona col maggiore debito pubblico che verso quelli che pur essendo stati virtuosi si trovano ora risucchiati nel baratro della depressione economica.

giovedì 3 novembre 2011

Un fronte comune, insieme ai Pigs

di Guido Viale, da il manifesto, 2 novembre 2011
Prima ancora di esserne la causa - e in gran parte, ovviamente, lo è - Berlusconi è il prodotto del berlusconismo: una tabe che affligge non solo il suo entourage politico-affaristico e il suo elettorato, ma larga parte dell'establishment culturale, imprenditoriale e politico del paese (il sindaco di Firenze e il suo seguito ne sono un esempio).

E Confindustria che lo ha sostenuto fino all'altro ieri anche; e allora, di che si lamenta?). Ma gli uomini e le donne al governo dell'Europa sono anch'essi promotori e prodotto (sono prigionieri del loro elettorato; che è però quello che hanno costruito e vellicato) di un virus altrettanto grave, di cui Berlusconi non è che la manifestazione più grottesca, infame e repellente. Quel virus è il pensiero unico: la convinzione, contro ogni evidenza, che il mercato, e solo il mercato, può tirarci fuori dai guai in cui ci ha cacciati. E che per tirarci fuori dai guai, per uscire dalla crisi, occorre rilanciare la crescita: cioè sperare - e che altro, se no? - in un aumento del Pil tale da generare entrate fiscali sufficienti a pagare gli interessi e a rimborsare, un po' per volta, una parte consistente del debito pubblico. Per loro l'economia è come un'auto a cui si è imballato il motore. Basta dargli una spinta e tornerà a correre - cioè a crescere - di nuovo.

Ma le cose non sono così facili; e non lo saranno mai più. E intanto, in attesa di questo miracolo, la soluzione vincente è il taglio della spesa pubblica: pensioni, sanità, scuola, trasporto pubblico, welfare municipale, pubblico impiego, salari e stipendi. E privatizzazione di tutto, contando di ricavarne le risorse necessarie a tacitare gli appetiti dei mercati, cioè di tutti coloro impegnati a produrre denaro per mezzo di denaro: banche, assicurazioni, fondi di investimento, speculatori, mafie (queste, sì, con la liquidità necessaria a fare piazza pulita di tutto quel che è in svendita: a partire dai servizi pubblici locali). Di tagliare per altre vie le unghie alla speculazione non si parla; perché quello che chiamano mercato è speculazione: senza l'una non c'è l'altro, e viceversa; simul stabunt, simul cadent. Così, invece di crescere l'economia si avvita su se stessa in una spirale che porta diritto al fallimento (default): non solo delle finanze pubbliche (a beneficio di chi le tiene in pugno), ma del sistema produttivo, della convivenza civile, dell'ambiente.

La parabola della Grecia ne è un esempio: tutti sanno - ma pochi lo dicono - che non si riprenderà più per decenni. Ma altri paesi, Italia in testa, sono già sullo stesso cammino e nessun paese dell'eurozona è più al sicuro. Per statuto la Banca centrale europea (Bce) non può fornire liquidità alle banche messe in crisi dai debiti sovrani (cioè degli Stati) che detengono: ufficialmente per non generare inflazione; in realtà per perpetuare quel blocco dei salari da cui ha avuto origine la cavalcata dei profitti degli ultimi decenni. Così, per garantire quei debiti si ricorre alla creazione di nuovi debiti in una catena senza fine (andando a chiedere l'elemosina persino in Cina) e l'Europa consegna alla finanza internazionale e alla speculazione le chiavi dell'economia: la creazione di liquidità, cioè la moneta.

Emiliano Brancaccio: "La Bce può salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"

Emiliano Brancaccio: "La Bce può salvare l'euro se ragionasse con la testa politica"
Fonte: controlacrisi
Il fondo europeo salva stati sta stimolando gli appetiti delle banche. Ci sarà una guerra per accaparrarsi il bottino?
Per quanto riguarda l’esigenza di ricapitalizzazione delle banche bisogna mettere in chiaro che le banche stanno già pesantemente razionando il credito al punto che sembra piuttosto evidente che il circuito privato del capitale si è ormai inceppato e incagliato. Di conseguenza sembra abbastanza evidente che senza una politica monetaria che vada direttamente a finanziare una politica di investimenti pubblici è impossibile o improbabile pensare che il circuito privato del capitale possa riattivare gli investimenti.

Ma sulla destinazione di queste risorse si stanno evidenziando le contraddizioni.
Il fondo salva stati è un Frankenstein. E’ stato configurato male fin dai primordi e oggi è troppo lento, farraginoso e privo di munizioni per poter pensare ad una sua azione di contrasto. E’ evidente che l’imputato numero uno è la Germania che sotto questo punto di vista ha limitato fortemente il suo impegno. Non solo, ma la Germania si oppone anche, ed è restia a concepire la banca centrale europea come prestatore di ultima istanza. Visto che il fondo è praticamente inefficace, la sopravvivenza dell’euro dipenderà dalla Bce. Se la Germania impedisce alla Bce di essere prestatore di ultima istanza la zona euro salta.

Sì, ma con quali poteri, considerata la natura non politica della Bce?
Il trattato dell’Unione è già un colabrodo nascondersi dietro la foglia di fico dei trattati quando sono stati già violati significa nascondere degli interessi precisi. La Bce può essere prestatore di ultima istanza quando vuole. Ha bisogno solo della volontà politica. Le decisioni verranno prese dai diciotto componenti del board. Ma non sappiamo a quali pressioni questi soggetti verranno sottoposti.

Ma la Bce ha in testa solo la cosiddetta stabilità monetaria, o quel che resta…
Sono i rappresentanti delle banche centrali. A maggior ragione dobbiamo puntare i riflettori su questi individuai perché devono sapere che si stanno assumendo una maggiore responsabilità politica. Il fatto che le riunioni del consiglio direttivo sono secretate costituisce un problema in più. Sarebbe opportuno capire chi ha votato cosa.

Quali strumenti avrebbero a disposizione?
Dal punto di vista della strumentazione teniamo presente che la Bce dall’inizo della crisi ha aumentato il suo portafoglio dei titoli soltanto del 77%, mentre a Federal Reserve lo ha aumentato di oltre il 200%. Questo è un indizio di come la Federal Reserve ha iniettato molta moneta. La Bce può stampare moneta. E chi tenta di stabilire una relazione tra le emissioni di moneta e l’inflazione in questa fase afferma qualcosa che non è minimamente dimostrabile sul piano scientifico. L’inflazione dipende, invece, in fasi come questa da fattori di costo. Principalmente dall’aumento del costo dell’Iva attuato dai governi.

La Germania è pronta al default della Grecia oppure farà di tutto per tenerla dentro, considerato che rappresenta un mercato importante per le sue merci?
In Germania c’è un dibattito aperto e ci sono interessi contrastanti. Da un lato i tedeschi sanno che se alcuni paesi fanno default e svalutano le banche e le imprese tedesche avranno delle perdite. Guardarla solo in questa ottica è un errore. Non si può essere sicuri che allora la Germania salverà l’euro. Dall’altra, i capitali dei paesi periferici potrebbero diventare a buon mercato e quindi permettere ai più forti, cioè ai tedeschi di fare shopping. E’ quello che si verificò in Italia dopo la svalutazione della lira, quando cominciarono le privatizzazioni a beneficio degli investitori stranieri. La Germania guarda le cose da più punti di vista e in questo momento non siamo in grado di capire quali interessi sono prevalenti. Da quel che vediamo sembra prevalere l’interesse tedesco a far saltare la zona euro.

Usa, primo sciopero generale dal 1946

Dopo i violenti scontri con la polizia, gli 'indignados' di Oakland hanno indetto in città uno sciopero generale per oggi, 2 novembre. Occuperanno anche il porto in solidarietà con la lotta sindacale dei 'camalli' di Longview

La crescente brutalità della polizia e lo sviluppo di un dibattito politico all'interno delle occupazioni, stanno rapidamente radicalizzando e ideologizzando il movimento nato a New York lo scorso 17 settembre come protesta confusa e un po' naïve.

A New York i manifestanti che dal 17 settembre occupano la piazzetta di Zuccotti Park battono i denti sotto la neve, dopo che venerdì le autorità hanno sequestrato 'per motivi di sicurezza' i generatori elettrici che alimentavano stufette, cucine e computer.

Sabato a Denver, Colorado, ci sono stati duri scontri tra i manifestanti accampati al Civic Center Park e la polizia, che ha usato spray urticanti, lacrimogeni e proiettili di gomma, ferendo molte persone (FOTOGALLERY).

A Nashville, Tenessee, la polizia statale ha imposto il coprifuoco notturno arrestando i manifestanti che occupavano Legislative Plaza. Lo stesso è accaduto a Portland, Oregon, dove la polizia a cavallo, usando lunghi bastoni, ha dato l'assalto ai manifestanti accampati a Jamison Square.

Ma è soprattutto a Oakland, in California, che la tensione rimane alta dopo il brutale attacco della polizia di martedì scorso, nel quale era rimasto gravemente ferito un giovane marine reduce dell'Iraq. E dove mercoledì 2 novembre il movimento ha indetto uno sciopero generale: il primo negli Usa dal 1946.

Il giorno dopo il violento sgombero dell'accampamento in Oscar Grant Plaza, oltre duemila manifestanti hanno rioccupato la piazza indicendo un'assemblea generale nel corso della quale è stato votata e approvata (VIDEO) la proposta di sciopero generale.

L'appello è rivolto ai lavoratori e agli studenti, affinché disertino fabbriche, uffici, negozi, scuole e università, per convergere in centro città. "Se gli uffici delle banche e delle multinazionali non chiuderanno, marceremo su di essi".

Ma l'azione più eclatante programmata per la giornata di sciopero sarà la marcia sul porto di Oakland, uno dei principali terminal commerciali degli Stati Uniti. "Vogliamo bloccare le attività del porto - dichiarano i manifestanti - e anche manifestare solidarietà alla lotta degli scaricatori del porto di Longview contro la Egt".

Da mesi i 'camalli' di questo grande terminal sulla costa pacifica dello stato di Washington sono in lotta contro la decisione della compagnia di licenziarli per sostituirli con lavoratori non sindacalizzati. Lo scorso 7 settembre, centinaia di operai avevano preso il controllo del terminal, danneggiando silos e macchinari, prendendo in ostaggio le guardie private aziendali e gettando in mare le loro auto.

"La Egt - spiega l'appello allo sciopero generale di Oakland - è un esportatrice internazionale di cereali che sta cercando di cancellare di diritti degli scaricatori. L'azienda è controllata dalla Bunge Ltd., multinazionale dell'agrobusiness con 2,4 miliardi di dollari di profitto nel 2010 e stretti legami con Wall Street. Questo è solo un esempio dell'attacco di Wall Street ai lavoratori".

"Lo sciopero generale di Oakland - prosegue l'appello - dimostrerà le ampie implicazioni del movimento Occupy Wall Street. Il mondo è stanco delle diseguaglianze causate da questo sistema: è arrivato il monento di fare qualcosa al riguardo. Lo sciopero generale di Oakland è un colpo d'avvertimento per l'1 per cento: la loro ricchezza esiste solo perché il 99 per cento la crea per loro".

Il movimento OccupyDenver ha chiesto ai sindacati dell'American Federation of Labor and Congress of Industrial Organizations (Afl-Cio) di sostenere lo sciopero, ma la risposta è stata negativa.
"E' impossibile per i sindacati appoggiare un'astensione dal lavoro visto che tutti i contratti hanno clausole anti-sciopero che siamo tenuti a rispettare", ha dichiarato il portavoce della rappresentanza degli scaricatori dell'International Longshore and Warehouse Union (Ilwu).
Solo lo storico sindacato anarchico americano Industrial Workers of the World (Iww) ha aderito allo sciopero generale di Oakland.

L’indicibile (risposta a Barbara Spinelli)

di FRANCO BERARDI BIFO. Fonte: micromega
Sulla Repubblica del 2 novembre Barbara Spinelli pone, con la chiarezza e l’acutezza che la distinguono, due problemi decisivi del momento presente. In un articolo dal titolo “Più poteri all’Europa” si chiede quali conseguenze porterà il cosiddetto “commissariamento” europeo che interessa l’Italia – paese evidentemente incapace di uscire dalla situazione di ingovernabilità in cui l’ha spinta l’arroganza ignorante della destra più irresponsabile di tutti i tempi, ma anche la viltà intellettuale e la subalternità del centro-sinistra.

Il “commissariamento” imbarazza indigna e offende – dice Spinelli. Ma non dovrebbe, perché in effetti può essere visto all’incontrario, non come una condizione di debolezza e di inadeguatezza della politica italiana, ma come una condizione di flessibilità che – trasformando la necessità in virtù – darebbe a questo paese l’opportunità di sperimentare un’avanzata forma di cessione di sovranità e quindi aprirebbe le porte ad un ampliamento dell’ambito di governo dell’Unione, e parallelamente, ad una riduzione delle rigidità sovranitarie o nazionaliste. L’Italia potrebbe in questa occasione giocare un ruolo di apertura e di avanguardia, a patto di rovesciare l’atteggiamento oggi prevalente in un atteggiamento di assunzione consapevole del ruolo di innovazione istituzionale che il paese “commissariato” potrebbe assumere, quando accettasse un processo di condivisione delle decisioni economiche, sociali, e politiche, e quando avesse l’autorevolezza necessaria per chiedere agli altri paesi (Francia e Germania incluse) di accettare una simile flessibilità post-nazionale e una simile disposizione post-sovranitaria.

Fin qui m’inchino alla lungimiranza della scrittrice.

Ma c’è un secondo punto su cui – me ne dispiaccio – debbo dichiarare il mio disaccordo. Giustamente Spinelli distingue tra perdita di sovranità e perdita di democrazia. Rinunciare alla sovranità nazionale è buono, dal punto di vista del progresso europeo. Male sarebbe invece, si lascia sfuggire Spinelli se si verificasse una perdita di democrazia. Ma su questo punto non si sofferma abbastanza. E invece dovrebbe.

Come la maggior parte dei commentatori politici, Barbara Spinelli giudica severamente la decisione di Papandreou di indire un referendum per decidere se consegnare o meno quel che resta della società greca al diktat ultramonetarista della banca centrale europea. E’ strano come la grande maggioranza dei commentatori che si definiscono democratici considerino in modo così altezzoso il diritto dei popoli a decidere sul proprio futuro. Si può pensare che Papandreou avrebbe dovuto indire un referendum nella primavera del 2010, prima di esporre il suo popolo alla violenza scatenata dei banchieri che ha spolpato e umiliato la società ellenica. Meglio tardi che mai, verrebbe da aggiungere.

Non si può infatti accettare che si prendano decisioni di vitale importanza che riguardano l’intera società greca (questioni di vita o di morte), senza concedere ai cittadini neppure il diritto di rispondere a un referendum.

Dopo diciotto mesi di devastazione finanziaria e conseguenti impoverimento, disoccupazione, repressione, e umiliazione politica – il premier Papandreou decide di fare una cosa che dovrebbe essere considerata assolutamente normale, in un mondo che ama definirsi democratico. Convoca una consultazione che permetterà al popolo greco di discutere e di decidere se accettare o respingere il diktat della classe finanziaria europea. Non l’avesse mai fatto. La reazione dei mercati è il panico generalizzato, il crollo delle borse, la minaccia di gettare l’Europa in un abisso. Ma non la chiamavano democrazia di mercato? Pare che il capitalismo non sopporti più l’esistenza della democrazia, e l’esistenza stessa della civiltà. Ma se la democrazia e la civiltà decidessero che è venuta l’ora di liberarsi del capitalismo?

Zizek ha detto recentemente che il dogmatismo imperante preferisce pensare che stia per arrivare la fine del mondo (e preferisce sfidarla) piuttosto che ammettere, più ragionevolmente, che è finito il capitalismo. Forse è questa la prospettiva cui dovremmo abituarci, e da cui dovremmo ripartire: il capitalismo è finito. Cosa viene dopo?

Franco Berardi Bifo

(2 novembre 2011)
CANNES: Genuflected 20

mercoledì 2 novembre 2011

Perché l'Europa teme il referendum

Fonte: controlacrisi
I mercati crollano di fronte a un atto di democrazia cui il primo ministro greco George Papandreou è stato costretto dopo quasi due anni di lotte sociali. Papandreou punta sulla grande riserva di populismo proveniente da suo padre Andreas e in cui il defunto leader storico ha immerso completamente il Pasok.
I sondaggi non danno infatti per certa una sconfitta del primo ministro nel referendum da lui indetto sul nuovo programma di austerità. Anzi, secondo la Bbc Papandreou risulterebbe ancora vincente, ma così facendo dà i suoi parlamentari in pasto al popolo. Dopo averli infatti coartati a votare programmi di austerità inaccettabili ora rimanda l'approvazione finale ad un referendum, sebbene venerdì sia prevista la votazione parlamentare sul nuovo e ben peggiore pacchetto. La giornata si presenterà infuocata, con ulteriori massicce manifestazioni di protesta. Dato che il grosso dei partecipanti segue le mobilitazioni del Kke, partito comunista, è interessante sottolineare un passaggio, impensabile ormai in Italia, dell'appello a manifestare a piazza Syntagma lanciato dal Comitato centrale del partito: «Il popolo... deve abbandonare le illusioni, abbandonare gli appelli al consenso ed alla coesione sociale, cioè i costrutti ideologici ed i dilemmi imposti dai partiti borghesi». Viene poi elencato come obiettivo il distacco della Grecia dall'Unione europea.
La Grecia ha agito da classico canarino che con la sua morte allertava i minatori della fuga di gas. In questo caso si tratta della traslazione del morbo che infetta le banche tedesche e francesi ai titoli di Stato, prima nei confronti dei titoli di Atene, poi al Portogllo, alla Spagna e all'Italia. Questo è il succo della manovra iniziata due anni orsono da Merkel e seguita da Sarkozy. Perché le banche private italiane, magari assieme alle spagnole, non hanno immediatamente detto che il vero problema sta nel marciume franco-tedesco e si sono invece accodate alla richiesta di tagliare il debito infettando così i buoni pubblici in loro possesso? Perché appartengono a strati capitalistici, quelli italiani e spagnoli, dalla fisionomia di borghesia compradora, quindi violente nel proprio feudo ma pavide fuori.
Ora la Grecia è diventata anche la cartina di tornasole sociale. Il terreno ove i mercati e le istituzioni Ue sono allo scoperto, non più protette da commissioni o istituzioni, come la Bce, che non devono rendere conto a nessun pubblico, visto il ruolo veramente marginale, per non dire nullo, del parlamento europeo a Strasburgo. Per questo hanno paura che ad Atene salti tutto, sebbene il Kke sia una minoranza e la il maggiore partito dell'opposizione di centrodestra, Neademokratia, non potrà fare diversamente dal Pasok.

Un fronte comune, insieme ai Pigs

di Guido Viale. su il manifesto del 02/11/2011 Fonte: esserecomunisti
L'Italia e l'Unione Europea
Prima ancora di esserne la causa - e in gran parte, ovviamente, lo è - Berlusconi è il prodotto del berlusconismo: una tabe che affligge non solo il suo entourage politico-affaristico e il suo elettorato, ma larga parte dell'establishment culturale, imprenditoriale e politico del paese (il sindaco di Firenze e il suo seguito ne sono un esempio).
E Confindustria che lo ha sostenuto fino all'altro ieri anche; e allora, di che si lamenta?). Ma gli uomini e le donne al governo dell'Europa sono anch'essi promotori e prodotto (sono prigionieri del loro elettorato; che è però quello che hanno costruito e vellicato) di un virus altrettanto grave, di cui Berlusconi non è che la manifestazione più grottesca, infame e repellente. Quel virus è il pensiero unico: la convinzione, contro ogni evidenza, che il mercato, e solo il mercato, può tirarci fuori dai guai in cui ci ha cacciati. E che per tirarci fuori dai guai, per uscire dalla crisi, occorre rilanciare la crescita: cioè sperare - e che altro, se no? - in un aumento del Pil tale da generare entrate fiscali sufficienti a pagare gli interessi e a rimborsare, un po' per volta, una parte consistente del debito pubblico. Per loro l'economia è come un'auto a cui si è imballato il motore. Basta dargli una spinta e tornerà a correre - cioè a crescere - di nuovo. Ma le cose non sono così facili; e non lo saranno mai più. E intanto, in attesa di questo miracolo, la soluzione vincente è il taglio della spesa pubblica: pensioni, sanità, scuola, trasporto pubblico, welfare municipale, pubblico impiego, salari e stipendi. E privatizzazione di tutto, contando di ricavarne le risorse necessarie a tacitare gli appetiti dei mercati, cioè di tutti coloro impegnati a produrre denaro per mezzo di denaro: banche, assicurazioni, fondi di investimento, speculatori, mafie (queste, sì, con la liquidità necessaria a fare piazza pulita di tutto quel che è in svendita: a partire dai servizi pubblici locali). Di tagliare per altre vie le unghie alla speculazione non si parla; perché quello che chiamano mercato è speculazione: senza l'una non c'è l'altro, e viceversa; simul stabunt, simul cadent. Così, invece di crescere l'economia si avvita su se stessa in una spirale che porta diritto al fallimento (default): non solo delle finanze pubbliche (a beneficio di chi le tiene in pugno), ma del sistema produttivo, della convivenza civile, dell'ambiente.
La parabola della Grecia ne è un esempio: tutti sanno - ma pochi lo dicono - che non si riprenderà più per decenni. Ma altri paesi, Italia in testa, sono già sullo stesso cammino e nessun paese dell'eurozona è più al sicuro. Per statuto la Banca centrale europea (Bce) non può fornire liquidità alle banche messe in crisi dai debiti sovrani (cioè degli Stati) che detengono: ufficialmente per non generare inflazione; in realtà per perpetuare quel blocco dei salari da cui ha avuto origine la cavalcata dei profitti degli ultimi decenni. Così, per garantire quei debiti si ricorre alla creazione di nuovi debiti in una catena senza fine (andando a chiedere l'elemosina persino in Cina) e l'Europa consegna alla finanza internazionale e alla speculazione le chiavi dell'economia: la creazione di liquidità, cioè la moneta.
Siamo alla vigilia della Cop 17, il vertice dell'Onu che a Durban (Sudafrica) dovrebbe rinnovare, estendere e approfondire gli accordi di Kyoto per ridurre in modo drastico le emissioni di gas di serra, causa dell'imminente catastrofe climatica. Scienziati di tutto il mondo ribadiscono l'urgenza di un cambio di rotta, pena la sopravvivenza stessa dell'umanità. Ma nessuno si occupa più della questione e niente evidenzia meglio l'inconsistenza e vacuità della governance europea (e di quelle del resto del mondo: tutte fautrici e insieme prigioniere del pensiero unico). Già si sa che a Durban non si concluderà niente, come niente si è concluso a Copenhagen (Cop 15) e a Cancùn (Cop 16). Se tre anni fa erano Berlusconi e la pseudo-ministra Prestigiacomo a girare l'Europa per spiegare agli altri capi di governo che certi impegni erano irrealizzabili e dannosi per l'economia, ora il loro obiettivo è raggiunto: anche se in alcuni paesi qualche passo in avanti, comunque insufficiente, è stato fatto, su questo punto, in nome della crescita, l'allineamento dell'Europa al berlusconismo è ormai completo.
C'è un'alternativa a questa spirale? Certo che c'è. E' la conversione ecologica del sistema produttivo e dei consumi: la promozione di una democrazia economica fondata sull'autogoverno e un sistema produttivo decentrato, diffuso, diversificato, esperto, riterritorializzato (a chilometri zero, ovviamente dove è possibile), replicabile in tutto il mondo: tanto nei paesi di consolidata industrializzazione che in quelli emergenti e in quelli devastati da sfruttamento e globalizzazione. Una conversione che coinvolga i settori portanti della generazione e dell'efficienza energetica, dell'agricoltura e dell'alimentazione, dell'edilizia e della cura del territorio, della mobilità e della sanità; e promuova l'autogoverno dei saperi, dei servizi pubblici e dei territori, restituiti alla loro vocazione di beni comuni; e adotti consumi più sobri e meno aggressivi verso l'ambiente: non la rinuncia ascetica né la miseria a cui la finanza sta condannando il 99% della popolazione mondiale; bensì un graduale passaggio dai consumi individuali, in cui le scelte sono imposte dalla moda, dalla pubblicità, dal marketing, dagli sprechi, a un consumo condiviso, in cui gli acquisti vengono effettuati, nel rispetto degli orientamenti di ciascuno, attraverso processi partecipati come quelli dei gruppi di acquisto solidale (Gas). E con dei veri tagli alle spese viziose: che non sono la pensione dopo quarant'anni di lavoro in fonderia, e nemmeno il prepensionamento di uomini e donne nel pieno del loro vigore cacciati dalle aziende e senza alternative; ma le spese militari, l'evasione fiscale, le grandi opere inutili e dannose, la corruzione, i costi dei politici (dei politici, non della politica: quella vera non costa quasi niente). Solo nella prospettiva di una conversione ecologica le risorse che si ricavano da tagli del genere non verranno sprecate; evitando soprattutto di pagare un servizio del debito (in Italia oltre 100 miliardi di euro all'anno) che non può che affondare il paese. Non è il vagheggiamento di una società ideale, ma un programma che risponde a un elementare senso di giustizia in un processo fatto di conflitti, di partecipazione e di organizzazione delle forze necessarie per imporre soluzioni innovative e condivise: a partire dalle situazioni di crisi occupazionale che non hanno prospettive se non nella riconversione produttiva; e dal condizionamento dei governi locali, per risalire di lì ai governi nazionali e alle governance europee e mondiali.
Ma dove sono mai le forze per imboccare una strada del genere? Quelle forze hanno fatto una comparsa a livello globale nella giornata del 15 ottobre, trascinate dall'indignazione nei confronti del modo in cui vengono governate, dalla volontà di valorizzare l'energia e l'intelligenza di una generazione messa ai margini dai poteri della finanza, dalla determinazione a non pagare i costi della crisi e i debiti contratti dagli establishment politici e finanziari al potere. Il segnale è partito dalla Spagna e le parole più chiare sono state dette a New York; ma la manifestazione più numerosa e dalla composizione più variegata di questo movimento in marcia è stata quella di Roma, dove si sono ritrovati, per la prima volta insieme, associazioni, movimenti, comitati, sindacati e persone (dai No Tav agli occupanti del Teatro Valle, dalla Fiom ai Cobas, dal Forum per l'acqua al movimento degli studenti) che da anni lavorano con tenacia a promuovere progetti e rivendicazioni tra loro diversi ma convergenti; e non è valsa a offuscarne il significato la messa in scena di una aggressività vacua e violenta.
Una cosa emerge ormai con chiarezza: entro i vincoli di bilancio imposti dalla Bce a Grecia, Italia (quelli esplicitati dalla lettera con cui Draghi e Trichet hanno definito il programma di questo come di ogni prossimo governo) e in tutta l'Europa non c'è posto né per la politica, né per la proposta, né per l'alternativa. C'è posto solo per l'obbedienza, la rinuncia, il servilismo mascherato da buon senso di tanti columnist, e una spirale che porta direttamente al default; dopo aver però devastato occupazione, redditi, convivenza civile, tessuto produttivo e ambiente. La strada stretta della conversione ecologica passa allora attraverso lo scardinamento di questo diktat ed è a senso unico. La crisi in corso, con il salvataggio delle banche too big to fail (troppo grandi per fallire) ci fa capire quanta forza hanno in realtà i debitori. E' la condizione in cui si trova oggi il nostro paese: la sua insolvenza trascinerebbe nello stesso gorgo, insieme all'euro, tutta la costruzione dell'Unione europea e le economie sia deboli che "forti" di tutti gli altri paesi. Ci sono dunque le condizioni per imporre una ristrutturazione radicale e selettiva del debito pubblico italiano attraverso un negoziato condotto insieme ai paesi cosiddetti Pigs, tutti esposti alla stessa deriva. Cominciando così a sgonfiare la bolla del debito che dai mutui subprime alle banche e agli hedge fund, e da quelle agli Stati che le hanno salvate, e dagli Stati di nuovo alle banche e poi di nuovo agli Stati, continua e continuerà ad aleggiare sul continente, sconvolgendone tutto il sistema produttivo; e buttando a terra uno a uno come tanti birilli tutti gli Stati dell'Unione. Non sarà l'attuale governo - né il prossimo - ad avviare un negoziato del genere; ma questo è il discrimine intorno a cui raccogliere e ricostruire un'autentica forza di opposizione. Anche per salvare l'euro; e l'Europa che vogliamo.
Riconversione ecologica della produzione e dei consumi, democrazia economica fondata sull'autogoverno. La possibilità c'è, a patto di scardinare i diktat dei vincoli di bilancio.

lunedì 31 ottobre 2011

C'è posta per te.

di Alessandra Daniele. Fonte: carmillaonline
Pace fatta fra i leader europei: finalmente è stato individuato l'autentico responsabile della crisi economica mondiale, che perciò dovrà pagarne tutte le spese.
Tu.
No, non è il solito ''tu'' retorico, si tratta proprio di te che stai leggendo.
Sei licenziato.
Alza il culo, raccogli le tue cianfrusaglie, e levati dai coglioni.
Sì, subito, i mercati non aspettano.
No, non c'è più niente che tu possa fare per evitarlo, l'Articolo 18 è clinicamente morto. Ormai si tratta solo di staccare la spina, e il Vaticano non si oppone. Chiamalo pure Articolo Mortis.
Cosa c'è, sei incazzato/a, anzi ''indignado'' come dite voi? Calmati.
Ti sconsigliamo di scendere in piazza, ha piovuto, è allagata dal fango.
Ti sconsigliamo di provare a bruciare un'automobile, sei così incapace che finiresti per bruciare la tua.
Torna a casa, e accendi la Tv. Ci sono sempre in onda vari talk show, e in tutti c'è Sallusti. Terreo e ubiquo, come Padre Pio. Ascolta le sue sante parole, e vergognati.
Tu sei un parassita. Un peso morto. Per anni hai preteso di essere pagato per lavorare, e persino di essere pagato dopo aver lavorato, ormai vecchio e inutile.
Un sopruso che i mercati non intendono più subire.
Il lavoro non è un diritto, è una merce. E tu non potrai più costringere nessuno a comprare la tua merce avariata.
Tu non ci servi. Al mondo ci sono milioni di disperati pronti a strisciare per un decimo del tuo stipendio, tu non sei competitivo, sei un pessimo affare, anzi, sei proprio una patacca.
Levati dai coglioni, e ringraziaci di non averti denunciato per truffa.
Ringraziaci di aver difeso la libertà dei mercati, di aver trovato l'ingranaggio guasto che inceppava la meravigliosa macchina del Capitalismo.
Tu sei il guasto. E sarai rimosso, in modo che la macchina del Capitalismo torni a macinare risorse umane e naturali a pieno regime.
Il futuro di cui parli non ti è stato rubato, non è mai esistito. Tu non hai mai avuto nessun futuro. Tu sei un rudere, un fossile, un rifiuto tossico del passato da spazzare via.
Sei un ostacolo al progresso, sei una zavorra per l'alta velocità. Sei la carcassa scheletrica del cane randagio che blocca la strada al SUV dell'avvenire.
Raccogli le tue ossa marce, e sgombera.
La pazienza del Capitalismo è finita.
Pubblicato Ottobre 31, 2011 12:19 AM |

Paul Krugman: L'islanda: la strada che non intraprendiamo

Fonte: controlacrisi
I mercati finanziari stanno celebrando l'accordo raggiunto a Bruxelles giovedi scorso.
Infatti, rispetto a quello che sarebbe potuto accadere (un amaro fallimento da concordare), i leader europei si sono accordati su qualcosa, e malgrado i dettagli siano imprecisi e fumosi, si tratta comunque di uno sviluppo positivo.

E' importante però fare un passo indietro per vedere il panorama più generale, cioè il triste fallimento di una dottrina economica, una dottrina che ha inflitto danni enormi sia in Europa che negli Stati Uniti. La dottrina in questione è riassunta nella dichiarazione che, nel periodo che segue una crisi finanziaria, le banche devono essere salvate, e i cittadini devono pagare il prezzo.

Quindi una crisi causata dal liberalismo diventa un motivo per impiantare ancor di più le dottrine neoliberiste; una crisi che genera disoccupazione di massa, piuttosto che rilanciare gli sforzi pubblici per creare posti di lavoro, diventa un momento di austerità, in cui la spesa pubblica e dei programmi sociali sono tagliati drasticamente.

Abbiamo venduto questa dottrina affermando che non c'erano alternative, che sia il salvataggio e tagli di spesa sono stati necessari per soddisfare i mercati finanziari, e affermando che l'austerità fiscale avrebbe in realtà creato posti di lavoro.

L'idea era che i tagli alla spesa avrebbero aumentato la fiducia dei consumatori e delle imprese.

E presumibilmente, questa fiducia avrebbe stimolato la spesa privata e compensato gli effetti deprimenti dei tagli.

Alcuni economisti non erano convinti. Uno scettico affermava in modo caustico che le dichiarazioni sugli effetti espansivi dell'austerità si basavano solo sulla "favola della fiducia". Beh, ok, quello eroio . Ma tuttavia, la dottrina è stata estremamente egemone.

L'austerità espansiva, in particolare, è stata sostenuta dai repubblicani americani che dalla Banca centrale europea, che l'anno scorso ha esortato tutti i governi europei, non solo quelli con difficoltà di bilancio, ad intraprendere il "consolidamento fiscale".

E quando David Cameron è diventato primo ministro del Regno Unito lo scorso anno, ha subito avviato un programma di tagli alle spese, ritenendo che ciò avrebbe rilanciato l'economia (una decisione che molti esperti americani accolsero con elogi e adulazioni).

Ora, però, stiamo vedendo le conseguenze, e l'immagine non è gradevole.

La Grecia è stata guidata dalle misure di austerità verso una depressione profonda; questa depressione, e non la mancanza di sforzo da parte del governo greco, ha portato alla conclusione che il programma imposto alla Grecia è concretamente impraticabilmente, come recita un rapporto riservato inviato la settimana scorsa ai L'economia britannica è rimasta immobile dinanzi alla crisi, e la fiducia delle imprese e dei consumatori è scesa invece di salire.

Probabilmente è altrettanto importante conoscere quella che si considera una storia di successo.

Pochi mesi fa, molti esperti hanno cominciato a esaltare i successi della Lettonia, che dopo una terribile recessione, si sforzò per ridurre il suo deficit di bilancio e nel convincere i mercati che era in regola con i propri conti.

Ciò avvenne realmente, ma per realizzarlo la Lettonia ha pagato con una crescrita del 16% in più di disoccupazione e con una economia che, sebbene in crescita, corrisponde al 18% in meno di quella che era prima della crisi.

Quindi, salvare le banche, mentre allo stesso tempo si punisce i lavoratori, non è proprio una ricetta per la prosperità.

Ma c'era un'alternativa?

Beh, è per questo che sono in Islanda, per un convegno sul paese che ha fatto qualcosa di diverso.

Se avete letto le cronache della crisi finanziaria, o guardato gli adattamenti cinematografici dell'eccellente "Inside Job", dovreste sapere che l'Islanda era probabilmente l'esempio perfetto del disastro economico: i suoi banchieri fuori da qualsiasi controllo produssero un debito enorme e lasciarono la nazione in una situazione disperata.

Ma sulla strada verso l'apocalisse economica è avvenuto una cosa curiosa: la disperazione stessa dell'Islanda ha reso impossibile il comportamento convenzionale e ha dato al paese la libertà di rompere le regole.

Mentre tutti gli altri salvavano i banchieri e le banche, costringendo i cittadini a pagarne il prezzo, ed i cittadini costretti a pagare il prezzo, l'Islanda ha lasciato che le banche fallissero e al tempo stesso ha ampliato la sua rete di sicurezza sociale

Mentre tutti i paesi restavano ossessionati dal tentativo di placare gli investitori internazionali, l' Islanda ha imposto controlli temporanei sui movimenti di capitale, per darsi un certo margine di manovra.

Come sta andando?

L'Islanda non ha evitato la grave crisi economica ne l'abbassamento del tenore di vita.

Però è riuscita ad arginare l'aumento della disoccupazione e il disagio sociale dei più vulnerabili. la rete di sicurezza sociale è rimasta intatta così come intatta è rimasta la dignità e la decenza minima della sua società.

Ma è riuscita ad arginare l'aumento della disoccupazione, la sofferenza dei più vulnerabili; la rete di sicurezza sociale è rimasta intatta, come base della decenza della loro società.

"Le cose sarebbero potute andare molto peggio" può essere che non sia tra i più stimolanti degli slogan, ma dato che il mondo intero sperava in un disastro totale, rappresenta comunque una vittoria politica.

E ci insegna una lezione per tutti noi: la sofferenza di tanti nostri cittadini è inutile.

Se questo è un momento di incredibile crisi e dolore, se viviamo in una società molto più dura e crudele, è stato per scelta.

Tutto ciò non doveva, e non deve, inevitabilmente avvenire.

Paul Krugman

The Terrorist. The Italian welfare minister, Sacconi broadcasts
his fear of a non-existent danger of revolution

domenica 30 ottobre 2011

Il sistema di usura internazionale chiamato sistema bancario..... (il debito USA è al 160% del Pil).

di Aldo Giannuli - www.aldogiannuli.it Fonte: sergiomolinari

Vi ricordate l'ombrello di Altan sempre in culo all'operaio? Beh, prima della caduta del Muro l'operaio lo considerava un corpo estraneo e cercava di divincolarsi, dopo c'è stata un'enorme propaganda per convincere l'operaio ed il precario che quell'ombrello è un prolungamento anatomico naturale dei salariati, troppi si son convinti e così è sparita la lotta sociale, la TV è un mezzo ipnotico con cui si può convincere la gente di tutto ......
Negli anni sessanta e settanta circolava un’idea, ritenuta una verità di fede, per la quale perseguire il pareggio di bilancio dello Stato era non solo sbagliato ed utopico, ma addirittura reazionario e fuori del tempo. Il disavanzo era programmato, perchè così si garantiva lo sviluppo.

All’epoca ero un giovane militante di gruppi di estrema sinistra, ma, ciò nonostante, la cosa non mi convinceva affatto e la trovavo una idea completamente sballata. Perchè se per qualche anno poteva essere necessario fare disavanzo, prima o poi bisognava rientrare e ripianare i debiti.

Molti amici e compagni mi dicevano che i miei dubbi erano completamente fuori luogo e tradivano una “mentalità ottocentesca” e un po’ reazionaria, perchè la modernità impone il disavanzo come condizione di progresso e, dunque, esso deve essere costante, strutturale, permanente. E giù citazioni di Keynes che dimostravano quanto fosse auspicabile chiudere i conti in rosso. Rispondevo “Sarà, ma non mi convince”.

Quanto al povero Keynes, (letto in età più matura) non aveva mai detto le scemenze che gli venivano così disinvoltamente attribuite: più semplicemente invitava a fare disavanzo, nei momenti di crisi, per far ripartire l’occupazione, ma nel presupposto che, nelle congiunture favorevoli, lo Stato avrebbe riassorbito il debito fatto per riassorbire il disavanzo. Infatti parlava di “intervento anticiclico dello Stato”, il che presuppone un andamento non fisso ma flessibile e speculare rispetto alle tendenze di mercato.

Ora vedo che, invece, si sta affermando un credo semplicemente opposto e si vuole addirittura introdurre il pareggio di bilancio nella Costituzione. Morale: o si tratterà della norma più disattesa di tutte le Costituzioni del Mondo o finirà per produrre economie ingessate. Il bilancio, per quanto possibile deve tendere al pareggio, ma, come appunto insegna Keynes, deve necessariamente essere elastico ed alternare momenti di disavanzo a momenti di recupero. Non si può essere sempre solo cicale o sempre e solo formiche.

Ma di questo riparleremo. Qui ci limitiamo ad osservare che la diretta conseguenza, di quella euforica convinzione sul pareggio di bilancio, fu un’altra idea ancora più perniciosa: quella del debito che non si paga mai e si rinnova sempre (come diceva Totò: “Ho detto che domani ti pago! E domani ti pago!”), e che, quindi, può crescere indefinitamente.

Insomma, l’idea che gira, anche se spesso non apertamente dichiarata, è che la solvibilità di un debitore c’è sino a quando può pagare gli interessi in scadenza. Che poi il debito complessivo ammonti a cifre stellari, questo non ha importanza, sino a quando i debitori rinnovano il debito. E’ questa l’idea alla base del rating che, con i suoi criteri cabalistici assegna le tre A agli Usa con il loro 160% di debito sul Pil e declassa altri che hanno un debito alla metà, in nome di altri parametri misteriosi ed ancor più misteriosamente calcolati.

Insomma l’idea è che il debito un giorno sarà pagato. Quando? Un giorno. Per ora andiamo avanti così e non poniamoci il problema del debito accumulato. Tanto poi i creditori reinvestono. “Sarà, ma non mi convince…”

Prendiamo il ragionamento dall’inizio e portiamolo alle estreme conseguenze.

Partiamo dall’idea che non è necessario saldare il debito in tutto o in parte e che ci si può affidare al tranquillo rinnovarsi delle scadenze, perchè il debito può essere rifinanziato oppure perchè esso può esser cartolarizzato e rivenduto o, infine, perchè, nel caso di debiti sovrani, è sempre possibile venderlo alla rispettiva banca centrale emettendo una pari massa di moneta (anche se questa ultima manovra è molto più agevole per il dollaro, moneta di riferimento internazionale, che per le altre monete che devono necessariamente confrontarsi con il dollaro, soprattutto per l’acquisto di commodities). Dunque, il grado di affidabilità dei debiti sovrani non sarebbe dato dalla massa del debito accumulato, ma dalla solvibilità degli interessi.

In effetti, l’esperienza storica insegna che nessuno stato (o quasi) ha mai esaurito il suo stock di debito e, tutto sommato, i default sono molto più frequenti di quanto non si creda, anche se nella maggior parte dei casi si è trattato di default domestici e non internazionali.

Questo, però, non vuol dire che il debito possa crescere all’infinito, non fosse altro perchè, ad un certo punto, il peso degli interessi si fa insostenibile e, se ciò accadesse, questo metterebbe seriamente a rischio anche il rifinanziamento delle quote in scadenza: chi investirebbe su un debitore che non paga neppure gli interessi? Dunque, si determinerebbe una frana a catena per la quale il debito accumulato sarebbe messo in gran parte all’incasso e non ci sarebbe altra strada che il default.

Anche l’assorbimento di titoli da parte della propria banca centrale non potrebbe risolvere il problema al di là di un certo punto: la continua emissione di carta moneta provocherebbe una rapida svalutazione della moneta e i titoli denominati in moneta propria perderebbero ogni capacità di attrazione per gli investitori, che capirebbero di stare acquistando a 100 quello che domani varrà 80 e dopodomani 50. Peggio ancora i debiti denominati in valuta straniera o ad essa agganciati: il costo dei loro interessi diventerebbe proibitivo, per effetto del diverso cambio determinato dalla svalutazione, e ciò affetterebbe il crollo.

Dunque, c’è una soglia critica oltre la quale il debito “implode” perchè non può più crescere e questo fa crollate tutta l’impalcatura che reggeva il debito accumulato.

Questa soglia può anche essere gradualmente spostata “in avanti” dalla crescita economica del paese indebitato che, in questo modo, guadagnerebbe nuovi margini di “indebitabilità”. Ma anche questa ipotesi è limitata ed aleatoria. Limitata perchè sulla stessa crescita peserebbe l’onere del debito che ingoia con gli interessi, risorse per gli investimenti (soprattutto se si tratta di debito estero). Aleatoria perchè non è affatto detto che la crescita debba necessariamente esserci, come dimostrano i rischi di stagnazione o, peggio, di recessione, per cui potrebbe anche verificarsi il caso contrario: che una caduta nello sviluppo crei una imprevista situazione di illiquidità che diventerebbe rapidamente insolvenza.

Pertanto, comunque la si rivolti, l’idea di un debito eterno che non si salda mai, per cui non ci si deve preoccupare della solvibilità delle passività accumulate è una idea profondamente sbagliata. Anzi, è l’errore decisivo su cui si basa l’iper capitalismo finanziario dei nostri giorni ed è la principale ragione della crisi in corso.

I “trucchi” della fiat money e della cartolarizzazione, cioè della commerciabilità infinita del debito, hanno solo creato l’illusione di un debito espandibile a piacere a sostegno di uno sviluppo illimitato e rapidissimo.

Dunque una certa soglia di indebitamento, oltre la quale non è possibile andare esiste, ma questo significa anche un’altra cosa: che raggiunta quella soglia occorre cercare di tornare indietro, saldando almeno una parte del debito accumulato. Diversamente, la capacità di intervento economico dello Stato sarebbe azzerata, proprio per l’impossibilità di fare ulteriore disavanzo quando questo fosse necessario.

Di fatto, la condizione di accettabilità del debito è che, raggiunta quella soglia, si cerchi di farlo calare (anche se non necessariamente annullare) per riconquistare una certa elasticità. Il resto è solo ideologia e questo vale anche per gli Usa, qualsiasi cosa ne dicano le agenzie di rating.

Tratto da: aldogiannuli.it

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